Pepe Mujica e la battaglia culturale

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Pepe Mujica

In maniera amabile e con fermezza, l’ex Presidente dell’Uruguay, José, detto Pepe, Mujica ha catalizzato l’attenzione del numerosissimo pubblico, nonostante gli animi si fossero scaldati prima del suo arrivo. L’angusta aula Magna della Facoltà di Economia di Ferrara, non poteva certo contenere la folla accorsa lo scorso 9 novembre per ascoltarlo, ed era prevedibile visti gli esiti del suo tour in Italia. Ciò che ha fatto sollevare a gran voce la protesta, nella scalinata della sede in via Voltapaletto, è il fatto che la sala risultasse già piena un’ora prima dell’apertura ufficiale al pubblico. Rabbia e delusione, per chi aveva chiesto un giorno di ferie per seguire l’evento, per chi arrivava da lontano e per il fatto di sentirsi presi in giro da un’organizzazione poco accorta. Il Mega screen allestito all’ingresso e quelli in altre due sale della sede staccata in via degli Adelardi, hanno sopperito in qualche modo, anche se non è come percepire l’energia che si genera in presenza. L’evento, dal titolo “Economia e società. Il tempo non va sprecato”, è stato organizzato in occasione dell’uscita del libro “Una pecora nera al potere. Pepe Mujica la politica della gente”.

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Moltissimi giovani ad ascoltare Pepe Mujica, personaggio di rilievo internazionale che con i suoi 80 anni vissuti intensamente sa raggiungere i cuori, senza troppi fronzoli. “Mi sento come i Rolling Stones – ha detto Pepe dopo il caloroso saluto iniziale rivolto a tutti, anche a quelli rimasti fuori – sono vecchio ma attraggo molti giovani.”

Carismatico, diretto, colto, Mujica ha parlato anche attraverso i gesti ed i suoi occhi, vivaci e scuri, che trasmettevano calma e nello stesso tempo lasciavano trasparire il fuoco che gli brucia dentro: l’insofferenza verso le ingiustizie sociali e le differenze di classe.

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L’ex Presidente dell’Uruguay è stato l’unico politico al mondo che ha saputo rinunciare al superfluo, nel totale rispetto della povera gente. E non a parole, con i fatti. Ha rinunciato a 90 % del suo stipendio ed è rimasto a vivere nella sua fattoria con la moglie, anziché trasferirsi nel prestigioso Palazzo nel centro di Montevideo. I veri poveri, sostiene giustamente Mujica, sono quelli che non si accontentano mai, che lavorano affannosamente per mantenere un certo stile di vita, per accumulare beni e ricchezza.

Uno dei problemi del mondo in cui viviamo, ribadisce, è il gigantesco fenomeno della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.

La società capitalista ha generato la spirale produzioni/consumi, facendo nascere una moltitudine di prodotti assolutamente superflui. Ovviamente scatta poi un’operazione di propaganda occulta per indurci a comprare; è un qualcosa che ci domina in maniera soft. Questo è il consumismo. E’ molto importante sapere chi siamo, cosa abbiamo dentro al nostro “Hard disk”, cosa riceviamo dall’esterno, dall’arte e dalla storia.

Non commettete l’errore della mia generazione – ha aggiunto Pepe Mujica – noi siamo stati ingenui. Abbiamo sottovalutato la cultura. Dalla battaglia culturale si valuta la forza di un sistema. Dobbiamo lottare per cambiare questo mondo. E si comincia cambiando noi stessi. Dobbiamo cercare di non farci influenzare dalla dittatura anche se blanda e subdola del mercato. Possiamo vivere bene lo stesso, anche se non compriamo una maglia con il marchio del coccodrillo; non dobbiamo farci derubare, perché non la compriamo con il denaro ma con il tempo che abbiamo speso/impiegato per procurarci il denaro stesso.

Dobbiamo lottare per il tempo libero, perché dobbiamo avere il tempo di coltivare gli affetti, le uniche cose che ci danno la felicità. L’uomo è un animale sociale, abbiamo bisogno delle azioni umane, non si può vivere da soli, dobbiamo trovare il tempo per i nostri figli, per non cadere nel paradosso del non vogliamo manchi loro qualcosa e poi manchiamo proprio noi. Dobbiamo lottare per questo. Anche se i conti del passato si pagano sempre, dobbiamo saperci rialzare e ricominciare.

L’economia ha fatto un enorme errore quando si è separata dalla filosofia e dall’etica.

Ci ritroviamo con il numero di suicidi che supera quello delle vittime per omicidio; l’unico animale che si suicida è l’uomo e questo è innaturale.

La felicità si consegue con poche cose.

Alla domanda sull’esito delle elezioni americane, Pepe Mujica ha risposto: “Mi producono questa reazione: Aiuto!

Pubblicato su Agoravox Italia 13/11/2016

http://www.agoravox.it/Pepe-Mujica-e-la-battaglia.html

 

 

“Rumore di acque”. Non solo numeri

 

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Rumore di acque, secondo evento della rassegna Uno sguardo dal cielo – Spettacolo di Marco Martinelli, con Alessandro Renda (Teatro delle Albe di Ravenna)- Giovedì 20 ottobre, ore 21, al Centro Teatro Universitario di Ferrara.

Spettacolo di forte impatto emozionale, che nasce da un’idea di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, e con il patrocinio di Amnesty International. L’intento è quello di puntare lo sguardo e provocare una profonda riflessione su un dramma ormai ventennale: quello dei disperati del mare, i gommoni, gli scafisti, i naufragi, le migliaia di morti. Esseri umani, non solo numeri.
Una realtà, triste, ormai quotidiana, che scorre davanti ai nostri occhi senza più impressionarci.
La forza attorica di Alessandro Renda dà voce alla figura del Generale che con durezza accoglie le migliaia di spiriti dispersi in mare, per conto di un crudele Ministero dell’Inferno.
Quel generale monologante – scrive Martinelli nelle sue note di regia – è in realtà un ‘medium’, è attraversato da un popolo di voci e di volti che lo assediano, il popolo degli annegati, quello che neanche la sua indole burocratica riesce a ridurre a mera statistica. Sono gli scomparsi che si rendono presenti attraverso di lui: lui malgrado. Il generale è solo sulla sua isola sperduta nel Mediterraneo, ma è attorniato dai morti che non lo lasciano in pace, che lo tormentano, che gridano per essere ‘ricordati’ non solo come numeri”.
Il primo racconto di traversata che ho ascoltato a Mazara, nell’autunno del 2008 – leggiamo ancora nelle note di regia – fu quello di una minuta, coraggiosa donna tunisina: timida, col suo italiano spezzettato tra i denti, faceva fatica ad alzare gli occhi. Cambiai il suo nome in Jasmine, trasfigurando la sua storia e mantenendone gli aspetti essenziali. E’ l’unica storia, tra quelle evocate dal Generale, che riguarda non un annegato o uno scomparso, ma una vita che si salva. Si salva davvero? Nelle grinfie del vecchio italiano che, dice lui, “è sempre piaciuto”? Alla fine quando le chiesi se l’avrebbe rifatto quel viaggio, mi rispose decisa di no. Che se ne sarebbe rimasta a Tunisi”.
Che cos’è la cultura, che cos’è il teatro, da Sofocle a Brecht, se non un cerchio ideale in cui l’umanità riflette sulla violenza e sulle contraddizioni drammatiche che la lacerano? Questo a mio avviso significa prendere sul serio le parole ‘cultura’ e ‘teatro’, affrontando i nodi ‘capitali’ della propria epoca. E tra questi la tragedia dei migranti e dei profughi: in relazione a questi ‘sacrifici umani’, a questa ecatombe senza fine, cosa può fare il nostro Vecchio Continente? L’Europa è davanti a una sfida che mette in gioco la sua stessa esistenza: deve dimostrare di essere all’altezza di questo momento storico, decisivo al fine di delineare la propria identità: un’Europa delle merci e dei burocrati, un’Europa impaurita in balia dei populismi arroganti, o un’Europa dei valori veri e della solidarietà come fondamento indispensabile di civiltà?

Ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili, con prenotazione obbligatoria tramite mail a conversazionilutto@unife.it o chiamando il numero 349/3593164.

(Foto di Claire Pasquier)

Senza verità non c’è democrazia – analisi di una sconfitta

Perché perse il Fronte Popolare nel 1948? Per colpa dei traditori della libertà? O in seguito a una ben precisa strategia della tensione accompagnata da una propaganda aggressiva, decisa a livello non solo italiano ma atlantico? La sconfitta non fu forse il frutto della strage di Portella della Ginestra seguita al buon risultato elettorale delle sinistre alle amministrative del 1947 e alle regionali in Sicilia?Trattative e negoziazioni Stato-mafia, servizi segreti italiani e americani, destra eversiva. Gli ingredienti sono sempre gli stessi. Personaggi oscuri che attraversano la storia repubblicana, trame mai chiarite del tutto ma di cui ormai si sa abbastanza per un’analisi storica.

Sorgente: Senza verità non c’è democrazia – analisi di una sconfitta

Il racconto-flamenco di Eva Yerbabuena

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Silenzio. Squarci di luce nell’oscurità e gesti senza tempo. Nell’aria, le vibrazioni dell’animo.

Sul palcoscenico della vita, sotto una luce diretta e impietosa, si leva un grido che reclama dal profondo la propria solitudine, l’intimo rapporto con il “sé”. AY! È il grido universale, simbolo del flamenco, impregnato di dolore, rabbia ma anche di gioia, che irrompe dal di dentro, dal sordo abisso, verso l’esterno. Come un’onda, . travolge tutti in un vortice, si fa racconto, accorcia le distanze, unisce, accomuna, fino a sfociare in una corale, un’interazione costante di cante, chitarra e baile. E a questo punto, la luce si fa summa di vibrazioni. L’atmosfera, un’intreccio di voci, suoni e movimenti.

I ritmi travolgenti dell’attimo presente, scardinano la sequenza del tempo, rallentano il passo lasciando spazio al ricordo, allo scavo interiore, a quel lento e segreto legame con la memoria.

A concludere la stagione di danza 2015-16 del Teatro Comunale di Ferrara, lo scorso 14 aprile, un’ospite d’eccezione, una delle più grandi “bailaores” del flamenco internazionale:Eva Yerbabuena.

Lo spettacolo, AY!, che l’ha vista impegnata come coreografa e danzatrice, è andato a sostituire quello di Israel Galvan, costretto ad interrompere la tournée per motivi di salute. Ad accompagnare la Yerbabuena, un eccellente ensamble di 5 musicisti (Paco Jarana alla chitarra, oltre che alla direzione musicale; Vladimir Dimitrenco al violino, Antonio Coronel alle percussioni, al canto Enrique El Estremeño e José Valencia). Disegno luci, affidato a Fernando Martin e la creazione dei costumi a Lopez De Santos.

La ballerina, originaria di Granada, respira il flamenco fin da bambina e ne restituisce la tradizione assimilata attraverso un linguaggio personale ed incisivo. Nell’ottobre 1998, si esibisce a Wuppertal (Germania) come artista ospite per la coreografa Pina Bausch, in occasione del 25º anniversario della sua compagnia, ballando insieme a Marie-Claude Pietragalla e Ana Laguna.

Tra i vari premi ricevuti, vale la pena ricordare “Flamenco Hoy”, come Migliore Ballerina, conferitole per tre anni di seguito dal 1999 al 2001, ed il “Premio Nacional de Danza”concesso dallo Stato spagnolo nel 2001.

«Nella mia più intima verità – dice Eva Yerbabuena – sento i “palos” del flamenco, attraverso la danza riempio il mio corpo di libertà e ballo per l’essenza della purezza,… con la certezza dell’atemporalità di questa che è una delle quattro danze madri dell’umanità».

“Me perderé: una sombra, un sueño… La incierta sensación de haber vivido el segundo siguiente sin ahora.”

Alcune anticipazioni sul Festival di Danza Contemporanea in programma per l’autunno 2016: 15 ottobre, Constanza Macras/Dory Park on Fire (prima nazionale); 4 novembre, Killel Kogan, we love arabs obscene gesture (prima nazionale); 30 novembre, Junior Balletto di Toscana, Romeo e Giulietta; 3 dicembre, Ballet National de Marseille/Emio Greco-Pieter C. Scholten, Passione.

Biglietti in vendita dal mese di settembre, in biglietteria e sul sito:

www.teatrocomunaleferrara.it

(Foto di Ruben Martin)

(Pubblicato su Agoravox Italia – 18-04-2016 e La Nuova Ferrara 26/04/2016))

Lo scrittore siriano Khaled Khalifa a Venezia, Napoli, Roma, Firenze e Milano

La prossima settimana arriverà in Italia lo scrittore siriano Khaled Khalifa, che era stato ospite del nostro Paese cinque anni fa, in occasione della pubblicazione in italiano del suo romanzo L’el…

Sorgente: Lo scrittore siriano Khaled Khalifa a Venezia, Napoli, Roma, Firenze e Milano

“Laika” di Ascanio Celestini: un povero Cristo, umano tra gli esseri umani

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Ascanio Celestini. Ritratto Roma, 2013

A San Giorgio delle Pertiche è di scena Ascanio Celestini. Con la sua nuova creazione, dal titolo Laika, l’autore e interprete romano ci accompagna per mano in un monolocale di periferia, con vista sul parcheggio di un supermercato. Ci abita Gesù, che dice di essere stato mandato più volte nel mondo. Questa volta non si è incarnato per salvare l’umanità, ma solo per osservarla. Ironia della sorte,  Dio lo ha fatto nascere cieco; con lui c’è uno dei dodici apostoli, Pietro, il cui vero nome è Simone, che trascorre la maggior parte del tempo fuori casa ad operare concretamente, si arrangia a fare piccoli lavori, fa la spesa e gli fa da supporto. La radice ebraica del nome Simone è Shama, che significa ascoltare, per cui Simon Pietro è colui che ascolta; è anche l’uomo del popolo, quello che non capisce bene cosa gli accade intorno, affrettato nelle sue reazioni, il più materiale, e per questo viene chiamato Kefa, che in aramaico significa pietra: è lui che paga il tributo, lui che rinnegherà tre volte, lui che darà vita alla Chiesa.

Questo Gesù contemporaneo è interessato solo a ciò che accade fuori, non vuole nessun altro che lo visiti in casa. Dalla sua finestra si vede ogni giorno un uomo che chiede l’elemosina e di notte dorme tra i cartoni. Gesù è interessato a lui, a quel barbone che è un nordafricano scappato dal proprio Paese e arrivato in Italia con un barcone, non per salvarlo dalla sua povertà, ma per fargliela vivere allegramente.

Lo spettacolo è in programma venerdì 12 febbraio, ore 21, al Cinema Teatro Giardino di San Giorgio delle Pertiche, in provincia di Padova.

Con la crisi delle ideologie nate dall’illuminismo e concretizzatesi soprattutto nel ‘900 – spiega Celestini –  anche le religioni (in quanto visioni totalizzanti e dunque ideologiche) hanno subito un contraccolpo. L’ebraismo ha trovato una patria mescolando le incertezze religiose alle certezze nazionaliste, anche l’islamismo è diventata una religione di lotta e di governo, mentre il cristianesimo si trova a vivere la sua fase più contraddittoria con due Papi viventi uno accanto all’altro, ma con due volti contrastanti: il rigido teologo e il prete di strada. A distanza di un paio di millenni ci troviamo ora a rivivere le incertezze del cristianesimo delle origini, frutto dell’ebraismo e seme dell’islam. Queste incertezze vorrei che passassero in maniera obbligatoriamente grottesca e ironica nel personaggio che porterò in scena: un povero Cristo che può agire nel mondo solo come essere umano tra gli esseri umani. Uno che sente la responsabilità, ma anche il peso di essere solo sul cuor della terra: vuoi vedere che la trinità è una balla e alla fine salterà fuori che Dio sono soltanto io?”

Michael Moore a Trump: siamo tutti fratelli, siamo tutti musulmani.

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Repentina l’iniziativa del regista e scrittore americano Michael Moore contro la dichiarazione di Donald Trump.

Il candidato alle primarie repubblicane, ha proposto di vietare l’ingresso negli Stati Uniti a tutti i musulmani. In tutta risposta Moore si è fatto fotografare davanti alla Trump Tower con un cartello “We are all Muslim” – Siamo tutti musulmani. “Così come siamo tutti messicani, cattolici ed ebrei, bianchi, neri e tutte le sfumature intermedie“, ha specificato nella sua pagina ufficiale. “Sono cresciuto con l’idea che siamo tutti fratelli e sorelle, senza distinzione di razza, credo o colore della pelle, il che significa che, se deve essere imposto un divieto ai musulmani, lo stesso divieto deve essere imposto a me e a chiunque altro. Siamo tutti musulmani.

Di seguito la lettera scritta da Michael Moore.

 

Caro Donald Trump,

forse ricorderà (è molto probabile dal momento che ha “una memoria di ferro”), che ci incontrammo nel novembre del 1998 dietro le quinte di un programma televisivo pomeridiano al quale fummo invitati. Tuttavia, un attimo prima di andare in onda, un produttore mi chiamò in disparte per dirmi che lei si sentiva un po’ “agitato” di apparire in onda con me. Mi ha detto che lei non voleva essere “fatto a pezzi” e voleva che l’assicurassi che non mi sarei scagliato contro di lei.

“Non penserà mica che voglia aggredirlo e metterlo alle strette?”, chiesi perplesso. “No – rispose la produttrice – È solo un po’ nervoso”. “Eh? Non l’ho mai incontrato prima d’ora. Non ha alcun motivo di essere teso”, dissi. “Non so nemmeno molto sul suo conto, oltre il fatto che gli piace ribattezzare le cose sul suo nome. Se vuole posso parlarci io”. Come ricorderà, è quello che feci. Mi avvicinai e mi presentai. “La produttrice mi ha detto che è preoccupato per quello che potrei dire o fare durante il programma. Senza offesa, ma la conosco a malapena. Sono del Michigan. La prego di non preoccuparsi, andremo d’accordo!”.

Sembrava sollevato, poi si avvicinò a me e mi disse: “Non volevo avere rogne e volevo solo assicurarmi che noi due potessimo andare d’accordo, che non mi prendesse di mira per qualche assurdo motivo”. “Prenderla di mira”? Ho pensato, ma dove siamo, in terza elementare? Sono rimasto sconvolto da come un sedicente uomo duro del Queens si trasformasse in un gattino spaventato. Siamo andati in onda e non è successo nulla di sconveniente. Non le ho tirato i capelli, non le ho messo la gomma da masticare sulla sedia. “Che inetto”, pensai mentre lasciavo gli studi televisivi.

Eccoci qui nel 2015 e, come tante altre persone bianche arrabbiate, lei è spaventato da uno spauracchio; uno spauracchio costituito da tutti i musulmani. Non solo quelli che hanno ucciso, ma tutti i mussulmani. Fortunatamente, Donald, lei e i suoi sostenitori non assomigliate più al volto degli Stati Uniti moderni. Non siamo una nazione di bianchi arrabbiati. Ecco un dato statistico che le farà rizzare i capelli: l’ottantuno percento di coloro che andranno alle urne l’anno prossimo per eleggere il presidente è costituito da donne, cittadini di colore, ragazzi tra i 18 e i 35 anni. Ovvero, né da persone come lei, né da coloro che la vorrebbero a capo del Paese. Per questo, in preda alla disperazione e alla follia, può anche proporre il divieto d’accesso in questo Paese a tutti i musulmani.

Sono cresciuto con l’idea che siamo tutti fratelli e sorelle, senza distinzione di razza, credo o colore della pelle, il che significa che, se deve essere imposto un divieto ai musulmani, lo stesso divieto deve essere imposto a me e a chiunque altro. Siamo tutti musulmani.

Così come siamo tutti messicani, siamo tutti cattolici ed ebrei, bianchi e neri e tutte le altre sfumature intermedie. Siamo tutti figli di Dio (o della natura o di qualsiasi altra cosa in cui creda), parte della famiglia umana e questo non può essere cambiato di una virgola per effetto di quello che dice o che fa. Se non le piacciono queste regole statunitensi, allora se ne può andare in castigo in uno dei suoi grattacieli a meditare su quello che ha detto. Poi ci lascia in pace, così eleggiamo un vero presidente, che sia forte e compassionevole allo stesso tempo, o abbastanza forte da non apparire lamentoso e spaventato da un tizio con un cappellino da baseball seduto accanto a lui sul divano di uno show televisivo.

Lei non è così forte, Donny, e sono contento di aver avuto modo di costatare la sua vera essenza tanti anni fa. Siamo tutti musulmani. Se ne faccia una ragione.

Distinti saluti,
Michael Moore

PS: chiedo a tutti di leggere questa lettera e di firmare la seguente dichiarazione: “Siamo tutti musulmani” e di condividere una foto con un cartello che dica “SIAMO TUTTI MUSULMANI” su Twitter, Facebook o Instagram utilizzando l’hashtag #WeAreAllMuslim.

Pubblicherò tutte le foto sul mio sito e poi gliele invierò, Sig. Trump.

Si unisca a noi.

(testo pubblicato per la prima volta su The Huffington Post U.S. tradotto poi da Valentina Mecca)

Parigi. Nessun nazionalismo, nessun credo religioso può giustificare questa violenza

Pubblichiamo il Comunicato Stampa integrale della Universal Peace FederationFrance, sull’attacco terroristico del 13 novembre a Parigi.

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Di fronte alla violenza inaudita che ha investito il nostro paese la notte scorsa, a nome della Universal Peace Federation, offriamo le nostre preghiere per le numerose vittime ed esprimiamo il nostro dolore e la nostra solidarietà alle loro famiglie. Siamo profondamente grati verso i nostri concittadini che si trovano in prima linea per proteggere la nostra popolazione e verso chi ha fornito assistenza medica ai feriti, spesso a rischio della propria vita.
Questa violenza brutale ha colpito non solo la Francia ma anche altri paesi: la Turchia, la Russia e il Libano, per citare solo i più recenti. Questa spirale di violenza minaccia il mondo intero. Se siamo profondamente scioccati come cittadini francesi, è come esseri umani che siamo stati aggrediti. Quest’attacco terroristico rafforza la nostra solidarietà non solo con i nostri concittadini, ma anche con i cittadini di tutti i paesi del mondo.
Come e in nome di che cosa simili atti così barbari possono essere commessi? Nessun nazionalismo, nessun credo religioso può giustificare questa violenza cieca, che elimina in modo casuale vite preziose e frantuma le famiglie. Non importa che gli assassini sostengano di agire per conto di una nazione o che invochino il nome di Dio. Il terrore affonda le sue radici nell’odio e nella negazione della sacralità della vita. Mentre tutti i mezzi ci sono stati dati per fare del nostro pianeta una casa comune, mentre tra pochi giorni il mondo si riunirà a Parigi per provare a far sì che il nostro mondo sia più vivibile per tutti, cerchiamo di reagire al terrore riaffermando il valore assoluto di ogni la vita umana e la profonda, indivisibile unità degli esseri umani, al di là di culture e religioni.
Se le sofferenze inflitte dai terroristi serviranno a distruggere dei pregiudizi e ad approfondire la nostra conoscenza degli altri, costituiranno la base per la distruzione dei loro artefici.

La Universal Peace Federation incoraggia un dialogo più profondo tra politici e leader religiosi, incoraggia i giornalisti, gli insegnanti e l’intera società civile a condurre una riflessione sui valori essenziali di una democrazia che consenta l’integrazione dei valori di tutti, senza alcuna discriminazione.

Con l’aiuto degli Ambasciatori di Pace, rinnoviamo la nostra determinazione a sostenere questi sforzi nella nostra nazione e nel mondo.
(Parigi, 14 novembre 2015)

Vittorio Sgarbi: “Rina non è morta, si è trasferita altrove”. Commozione al funerale della madre.

Chiesa di San Gregorio, Ferrara

Chiesa di San Gregorio, Ferrara

“Rina si è trasferita altrove”. Sgarbi ci prova a svicolare dalla morte della madre, a scherzarci su, a distaccarsi, ma è un fatto inevitabile, che lo travolge. Arriva in ritardo (di quasi mezzora) ed appare “disarmato”, quasi impreparato. Questa è una prova che nessuno vorrebbe mai affrontare.

Senza la corazza aggressiva, Vittorio Sgarbi mostra l’animo di una profondità rara e, del resto, per chi apprezza e indaga con tanta dedizione la bellezza dell’arte e della letteratura, non potrebbe essere diversamente.

Le esequie si svolgono nella piccola Chiesa di San Gregorio Magno, nel cuore di Ferrara, la stessa dove Rina Cavallini ha sposato il suo amato Giuseppe, detto Nino. Sessantacinque anni di matrimonio. Un’intera vita. E proprio per questo il marito non è presente, oltre che per un problema di salute, si sente perso e non ce la fa ad affrontare il funerale. Rina Cavallini Sgarbi è mancata martedì sera, all’età di 89 anni.

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Nella chiesa gremita, una cerimonia molto sentita e intima, al di fuori del comune, tra pensieri, applausi e musica. Morgan ha suonato per lei un brano di Bach, musicista che sintetizza l’amore per la matematica e per l’arte, le stesse passioni di Rina.

Molte le testimonianze di chi ha conosciuto la farmacista di Ro, mai atteggiata a personaggio pubblico in quanto madre di Sgarbi, e che la descrivono come una donna forte e vitalissima, di un gusto eccelso, colonna portante all’interno della famiglia. Presenti le istituzioni di Ro, il parroco di Stienta, paese di origine del marito, scrittori noti e meno noti, Tony Renis, Morgan e Sabrina Colle, fidanzata di Vittorio Sgarbi.

La figlia Elisabetta l’ha accudita, fino a ribaltare i ruoli. Le è stata vicina fino all’ultimo momento, quello del passaggio verso l’altrove. “Negli ultimi tempi ho scoperto la debolezza di mia madre e mi sono ritrovata a farle da mamma. Ad un certo punto in questi giorni, mentre aspettavo Vittorio… guardandomi allo specchio, ho visto nei miei occhi i suoi. L’ho visto veramente. E quindi chi volesse ancora incontrare mia madre, ritrovare la sua energia d’amore, parli con me”. Applausi generosi, per una sorta di partecipazione attiva, un abbraccio sonoro.

Arriva il momento di Vittorio. Lancia dal pulpito la sua voce incrinata e spaesata, come una piccola imbarcazione che prende il largo nel bel mezzo di una tempesta, con il mare increspato dalle onde, che non sa se prenderà il vento favorevole o contrario per arrivare alla meta. “Ho sempre parlato di morti, che poi sono più vivi dei vivi… ma parlare di mia madre…”. Un attimo di smarrimento. Subito riesce a riprendere il timone e, con una virata decisa, formula un’analisi talmente profonda e appassionata da stupire probabilmente anche se stesso. Un discorso indimenticabile. Come un suonatore d’arpa, pizzica tutte le corde necessarie a dipingere nell’aria l’amore ed il dolore per la perdita. Si osserva anche dall’esterno, e si rende conto che pur sfuggendo all’idea di una famiglia, vista come una gabbia stretta, si ritrova a decantarne le virtù, in nome di quell’esempio così forte sotto i suoi occhi, che l’ha forgiato. “Quando nella splendida architettura della famiglia, si perde una colonna è l’inizio del crollo, del cedimento”.

Sgarbi è riuscito anche a lanciare una polemica contro la Chiesa: “Sono orgoglioso di essere italiano e cristiano, ma il problema di questa religione è che ci fa sentire sempre dei peccatori, in colpa per qualcosa. Non penso che mia madre debba sentirsi in colpa”. E ancora: “Se siete qui è perché mia madre ha avuto un rapporto unico e speciale con ognuno di voi. Non era solo mia madre, era la Rina”.

A chiudere la cerimonia, il duetto di Morgan e Tony Renis, in perfetta sintonia intonando la sua canzone preferita, Piove (Ciao, Ciao bambina) di Domenico Modugno: “Ciao, ciao, bambina, non ti voltare. Non posso dirti rimani ancor. Vorrei trovare parole nuove, ma piove, piove sul nostro amor.”

E alle parole di questa canzone, Vittorio Sgarbi si emoziona, lascia andare le lacrime. Grande commozione e forti applausi.

I fratelli Sgarbi cercano di salutare tutti, osservano chi c’è, con sguardi attenti, lei dietro gli occhialoni scuri. Strette di mani, abbracci e gratitudine.

(Pubblicato il 7/11/15 su Agoravox Italia – http://www.agoravox.it/Vittorio-Sgarbi-Rina-non-e-morta.html)

Spiritualità e saggezza dei Dervisci, con musica dal vivo

Sheikh Burhanuddin Hermann

Sheikh Burhanuddin Hermann

Appuntamento a Roma, promosso da Sufiway, per una doppia presentazione dal titolo “Sufi: la via del cuore“. Ospite Sheikh Burhanuddin Herrmann, che, oltre a presentare il suo ultimo libro, proporrà il seminario sufi organizzato per sabato 28 e domenica 29 novembre alla Nuova Accademia del Risveglio, in zona Parioli.

Sheikh Burhanuddin Hermann è un mistico moderno di antica tradizione, chiamato fin dalla tenera età sul sentiero Sufi.

Ha ricevuto la trasmissione diretta dell’ordine Sufi Naqshbandi, uno dei più antichi e autorevoli dei quaranta ordini sufi esistenti, noto attraverso i secoli come la Scuola dei Maestri di Saggezza e il Sentiero dell’Amore.

Sheikh Burhanuddin incontrò il Gran Maestro Maulana Sheikh Nazim al Haqqani ar Rabbani, guida mondiale dell’ordine e sua futura guida, quando lo invitò nella sua città natale in Germania. L’allora diciannovenne allievo, fu così travolto dalla forte presenza del maestro che svenne per strada. Da quel momento in poi, gli è rimasto sempre al fianco, accompagnandolo in giro per il mondo a diffondere il peculiare tocco Sufi della grazia e dell’amore.

Vai in giro! Da Nord a Sud, da Est a Ovest! Trova compagni che desiderino camminare insieme a noi lungo la via dell’amore, del servizio, della verità e della semplicità. Servili nelle loro necessità spirituali!”. Questo fu l’ordine del Maestro.

Profondamente innamorato del Divino, Sheikh Burhanuddin ha continuato a mettere in atto il consiglio del Maestro. Ormai da quasi trent’anni guida incontri di risveglio spirituale in lungo e in largo per l’Europa, in Argentina e Brasile, fino a raggiungere l’India e l’Estremo Oriente; è un profondo lettore di anime ed inoltre musicista, compositore, e autore di tre libri sul Sufismo: Il Cammello sul Tetto, Il Derviscio Metropolitano e Il Sufismo.

Il Sufismo è un antico stile di vita basato sull’amore, la conoscenza e la saggezza.

Attraverso le pratiche Sufi come il canto, le salmodie e le varie tecniche meditative, i partecipanti saranno sospinti a condividere un’esperienza unica ed autentica, in un’orbita più ampia, quella dell’amore che tutto pervade. Aprendo il cuore al misticismo e alla bellezza della vita, in verità ci si apre anche all’esplorazione di se stessi.

Incontro con l’autore, presentazione del nuovo libro;

introduzione al seminario

Venerdì 27 Novembre, alle 20.30
(ingresso libero)

Libreria Esoterica ASEQ
Via dei Sediari 10, Roma

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– SEMINARIO SUFI –

Sabato 28 e Domenica 29 Novembre

Nuova Accademia del Risveglio
Via G. Mercalli 31, Roma (Parioli)

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Info e Prenotazioni: 339 2973041 – 786sufiway@gmail.com